EDUCAZIONE AMBIENTALE

Una figura professionale atipica, difficile da inquadrare in uno schema e, proprio per questo, capace di gestire le mille facce delle ricerca geografica. Stefania Mancuso, geografa alle prese con promozione sociale, educazione e lavoro attivo in un Ente Parco, definisce così la sua scelta formativa e professionale. Un’identità dalle mille sfaccettature, indipendente dalle richieste di mercato, che va di pari passo con il bisogno incessante di costruirsi un profilo articolato e, soprattutto, ricco, “una condanna che è una ricchezza, che permette di crescere a piccoli passi, esperienza dopo esperienza, senza precludersi nessuna possibilità, sempre liberi di proporci e rinventarsi”.

Chi è il geografo oggi e cosa fa? 
“Una gran bella domanda! Siamo una figura professionale atipica, non a caso esiste un forum proprio dedicato ai geografi che si chiama “Studenti atipici”. Siamo difficili da definire e inquadrare all’interno di uno schema, abituati da sempre ad affrontare e  gestire temi apparentemente molto lontani fra loro ma che in realtà rappresentano le mille facce della ricerca geografica”.

Lei si rivede in questo profilo?
“Certo, le mie esperienze professionali non hanno fatto altro che confermare questa interdisciplinarietà. A partire dagli stage durante gli studi: uno in un ufficio stranieri, l’altro in una associazione ambientalista. Dopo la laurea ho collaborato con una associazione di promozione sociale seguendo un progetto di mobilità sostenibile, occupandomi inoltre di iniziative legate ad educazione e formazione. E ancora, una collaborazione continua con un’associazione che lavora in campo educativo e in parallelo un’esperienza in un Ente Parco. Credo che questa sia un po’ la “condanna” e la “”ricchezza” di noi geografi: il bisogno, ma anche il desiderio  di costruirsi una professionalità ricca, tra molte difficoltà, a piccoli passi, esperienza dopo esperienza, senza precludersi nessuna possibilità”.

Perché secondo lei questa professione non è molto diffusa?
“Perché la nostra figura è difficile da inquadrare. La conseguenza è che risulta più difficile essere riconosciuti e richiesti dal mercato. Scegliere questa strada è stata una sfida, ci sono pro e contro. Non avere una chiara identità è un rischio ma ci lascia anche più liberi di proporci, di  inventarci”.

Che ruolo può assumere un geografo nella pianificazione del territorio e  nella progettazione delle smart cities?
“Penso a un ruolo legato alla partecipazione e alla ricerca, un supporto alle figure tecniche. La pianificazione del territorio e gli interventi ad esso connessi sono diventati via via più complessi e devono tenere conto di molte variabili; la figura del geografo può essere utile proprio nel definire e indagare questa complessità, immaginando nuovi scenari e nuove prospettive di sviluppo”.

Come spiegherebbe ai “non addetti ai lavori” i punti chiave dei suoi lavori e delle sue ricerche professionali?
“Il mio punto fermo è avere la capacità di ascoltare, indagare e raccontare la complessità della realtà che mi circonda. Questo è il concetto base che mi guida nel lavoro, cercando ogni volta strumenti più adatti”.

Che aspettative ha sulla futura applicazione della “professione geografo” nella società contemporanea?
“Chiaramente moltissime! Credo, come è stato detto più volte anche da altri, che il geografo possa inserirsi benissimo in molti ambiti: l’insegnamento, l’educazione ambientale, la comunicazione e il marketing territoriale, la collaborazione con gli enti pubblici. Il rischio è che queste potenziali applicazioni restino solo sulla carta o siano solo delle esperienze a spot che non riescono a garantire una continuità lavorativa e un futuro stabile, soprattutto in momento come questo dove spesso si ha la percezione della mancanza di prospettive. Sperare che la situazione migliori da sola è un miraggio: vogliamo che i geografi abbiano un futuro più solido? Allora occorre uno sforzo che porti ad un riconoscimento “istituzionale”.
Un esempio? Che il corso di laurea inizi ad essere considerato tra le lauree per accedere a un concorso professionale. Nelle mie ricerche è capitato solo una volta di vederlo citato tra i titoli ammessi, eppure le figure ricercate erano assolutamente compatibili con la nostra formazione e preparazione. Un altro aspetto è la distanza tra università e mondo del lavoro, anche se questo è decisamente un problema generale che non riguarda solo i geografi”.

Qual è la domanda più strana che le è stata fatta in merito alla sua professione?
“Domande strane non ne ricordo, in compenso ho bene in mente molte facce stranite di chi mi sentiva parlare del mio corso di laurea. E poi tutti sia aspettano che sappia i nomi di tutti i fiumi, laghi, città del mondo!”

La capitale del Vietnam? 
“La capitale del Vietnam è HANOI!
Che bei ricordi, la mia prima ricerca di geografia in prima media è stata proprio sul Vietnam!”

di Monica Di Maio

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