CIBO: ELOGIO DELLA PARSIMONIA

In tempo di crisi non si butta via niente. Sciocchezze! Secondo la FAO (2011) i cittadini europei e statunitensi gettano nella spazzatura tra i 95 e i 115 kg di rifiuti alimentari1 pro-capite ogni anno, in barba alla crisi. Nei 27 Stati membri la quota annuale di rifiuti alimentari raggiunge gli 89 milioni di tonnellate, una media di 179 kg per abitante, anziani e neonati compresi. Gli sprechi alimentari avvengono lungo tutta la catena produttiva, dal campo alla tavola.
Generalmente nei paesi a basso reddito le perdite maggiori avvengono a monte e a metà della filiera, mentre in quelli ad alto reddito le perdite si hanno a livello del consumatore finale. Questo significa che nei paesi a basso reddito, ad esempio nei Paesi in Via di Sviluppo, spesso si tratta di perdite durante la produzione del bene alimentare, cioè sostanzialmente agricole e dovute alla scarsa tecnologia nella produzione del bene o nella sua conservazione. Infatti, uno dei maggiori problemi relativi all’approvvigionamento di cibo nei paesi più poveri è dovuto alle perdite agricole post raccolta, dovute all’attacco di parassiti, funghi, agenti metereologici alle derrate alimentari, conservate in luoghi non adatti e senza alcuna tecnologia disponibile2. Viceversa, nelle economie avanzate gli sprechi sono localizzati a valle della filiera, cioè sono relativi al fatto che le grandi catene di distribuzione, i piccoli negozianti e i consumatori finali buttano una gran quantità di alimenti: più del 40% degli scarti alimentari totali sono infatti concentrati in questo punto della filiera. Nei paesi industrializzati la quota di rifiuti alimentari prodotti dai consumatori, circa 222 milioni di tonnellate, è quasi equivalente alla produzione totale netta di prodotti alimentari nell’Africa Sub-Sahariana, che raggiunge i 230 milioni di tonnellate3.
Emblematico è il caso della carne, in particolare in Europa e negli USA, in cui il consumo finale, cioè gli sprechi da parte dei rivenditori e dei consumatori, causa circa la metà delle perdite totali della catena produttiva, che include anche la produzione animale, la macellazione, la lavorazione delle carni e la distribuzione. Le ragioni di questo spreco sono numerose e alcune paradossali: innanzitutto, le perdite sono più elevate laddove la produzione eccede la domanda. Infatti, sovente, gli agricoltori per assicurare la consegna dei quantitativi convenuti con grossisti o grande distribuzione, producono di più di quello che venderanno, per evitare di lasciare insoddisfatte le richieste in caso di imprevisti nella produzione. Il surplus prodotto verrà svenduto ai trasformatori o dato in pasto agli animali, senza un’adeguata valorizzazione economica. Inoltre spesso lo smaltimento è più conveniente del riuso, e ciò porta a gettare alimenti ancora perfettamente commestibili. Un ulteriore fattore che determina lo spreco è legato alle politiche delle aziende di distribuzione: da un lato queste acquistano grandi quantità da uno stesso produttore, in modo da garantirsi un prezzo conveniente anche se sono già consapevoli del fatto che probabilmente non riusciranno a vendere tutta la merce. Dall’altro, i consumatori sono stati abituati ad avere a disposizione un ampio range di prodotti disponibili nel punto vendita e mal tollerano la mancanza di un prodotto specifico e più in generale la vista di scaffali vuoti4. E ancora, la grande distribuzione organizzata esige la vendita di prodotti freschi che rispettino standard qualitativi estetici molto rigidi, per cui gran parte dei prodotti alimentari “imperfetti” dal punto di vista estetico ma eccellenti da quello organolettico e sanitario vengono gettati o sottoutilizzati. In questo senso anche le rigide norme europee5 in materia non supportano il “recupero”, ad esempio suddividendo i prodotti in classi diverse sulla base di determinate caratteristiche qualitative6–extra, I classe, II classe-che i produttori hanno l’obbligo di adottare, e per le quali vi sono soglie minime di parametri da rispettare, al di sotto delle quali non è permessa la vendita, se non diretta presso le stesse aziende.
Esistono però anche delle buone pratiche in materia di sprechi alimentari, per cui vale la pena citare l’esperienza di Last Minute Market7, società spin-off dell’Università di Bologna, che mette in contatto la grande distribuzione organizzata o meglio, i suoi scarti alimentari, con organizzazioni caritatevoli in grado di intercettare la merce scartata dai punti vendita ma ancora perfettamente commestibile e destinarla alle mense per indigenti o alla distribuzione a persone bisognose. Altre esperienze di questo genere sono state attivate in tutto il mondo, insieme a progetti di gestione degli sprechi e delle conseguenze ambientali che possono avere8. Per tutte queste ragioni il Parlamento Europeo a gennaio 2012 ha approvato la proposta di risoluzione sullo spreco alimentare9 in cui propone alla commissione di valutare l’impatto di una politica coercitiva in materia di sprechi e trattamento dei rifiuti lungo tutta la catena, basata sul principio di “chi inquina paga”, avanzando ulteriori suggerimenti di cui tenere conto per migliorare l’efficienza della filiera. Tra questi, invita la Commissione a promuovere campagne di sensibilizzazione e a stabilire con chiarezza la distinzione tra ciò che è rifiuto e ciò che non lo è, ostacolo all’uso efficiente dei sottoprodotti10, oltre a definire per gli Stati membri specifici obiettivi di prevenzione degli sprechi alimentari consigliando lo scambio di buone pratiche in materia di sprechi. A tal proposito il 2013 è stato proclamato “Anno europeo contro gli sprechi alimentari” in cui sarà importante dare la maggiore visibilità possibile a un tema tanto “quotidiano” da risultare quasi invisibile.

di Chiara Mazzocchi 

Note:

1 La frazione “persa” o “gettata” di un alimento si misura solo per quelli diretti al consumo umano, escludendo le parti di prodotto non commestibili.

2 FAO, 2009: http://www.fao.org/news/story/it/item/36853/icode/

3 FAO, SIK (2011), Global food losses and food waste, disponibile su http://www.fao.org/docrep/014/mb060e/mb060e00.pdf

4 Smith T. (2009), Sprechi. Il cibo che buttiamo che distruggiamo, che potremmo utilizzare, Bruno Mondadori, Milano.

5 Commissione Europea, Regolamento 1221/2008

6 Ad esempio: forma, colore, difetti, dimensioni.

7 http://www.lastminutemarket.it/

8 Diversi esempi di buone pratiche sono raccolte dalla Commissione Europea su http://ec.europa.eu/food/food/sustainability/good_practices_en.htm

9“Proposta di risoluzione del Parlamento Europeo su come evitare lo spreco di alimenti: strategie per migliorare l’efficienza della catena alimentare nell’UE” (2011/2175(INI)).

10 Direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE.

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