ALLA CANNA DEL GAS

Che l’Italia non sia autonoma dal punto di vista energetico non è una novità per nessuno. Per resistere agli inverni rigidi, far lavorare le industrie e far circolare mezzi e merci bisogna importare energia. In Europa, il nostro Paese è quello che dipende più degli altri dall’estero, i dati parlano chiaro:

Ma di che tipo di energia stiamo parlando? E come facciamo a importarla? L’Italia importa principalmente gas naturale e lo fa attraverso gasdotti o enormi navi cisterne al cui interno il combustibile è stoccato allo stato liquido, trasportato e poi riconvertito negli ormai celeberrimi rigassificatori. Fu tra il dicembre 2005 e il gennaio 2006 che il sistema mostrò per la prima volta la sua fragilità: a causa di divergenze economiche e politiche tra la Russia e l’Ucraina, vennero chiusi i rubinetti verso l’Ucraina, crocevia del gas destinato all’Europa.
L’Italia si ritrovò, è proprio il caso di dirlo, alla canna del gas. “Abbassate di un grado la temperatura del riscaldamento domestico” era il mantra che ci si sentiva ripetere dall’allora ministro delle attività produttive. Le scorte strategiche del Paese erano a rischio ed era necessario fare economia a tutti i livelli.
Da allora, la situazione non è molto migliorata, anzi spulciando i dati è addirittura possibile notare un trend sempre crescente nei consumi e nell’importazione di gas naturale.
Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio di quest’anno, si è perfino temuta una possibile nuova interruzione delle forniture da parte dei Paesi dell’Est Europa. Fortunatamente tutto si è risolto per il meglio in tempi brevi. Ma quello che è successo richiede comunque una seria riflessione sulla politica energetica del nostro Paese.
Perché abbiamo puntato così tanto sul gas naturale?
Senza dubbio, si tratta di un combustibile nobile. A suo vantaggio giocano l’alto potere calorifico e l’assenza di molte delle impurità tipiche delle altre fonti fossili (come, ad esempio, lo zolfo contenuto nei derivati del petrolio o nel carbone), due qualità che si traducono in una maggiore efficienza nella combustione e in un minore impatto sull’ambiente.
Il motivo principale della scelta, però, non è di tipo ambientale ma economico.
Rispetto al petrolio, il gas naturale ha un prezzo meno variabile sul lungo periodo ed è riuscito a non far sentire la mancanza dell’energia nucleare per un lungo lasso di tempo (dal 1986 ad oggi) in cui si poteva e si doveva immaginare una strategia energetica per il Paese.
La fragilità del sistema politico e la mancanza di prospettive a medio e lungo termine hanno aggiunto un altro carico di problemi, creando un pantano di non facile soluzione.
Quali le soluzioni? Cominciamo dall’analisi dei dati sull’utilizzo del gas naturale.
Circa la metà della richiesta ( il 46%) è rappresentata dagli usi domestici. In questi casi, il gas naturale viene usato per produrre energia termica ed energia elettrica.

Un recente studio delll’Energy and strategy group della School of management del Politecnico di Milano, dal titolo Energy efficiency report, ha analizzato lo stato del parco edilizio italiano, le normative e le soluzioni per migliorare le performance energetiche.
È emerso che in Italia ci sono circa 13,7 milioni di edifici, di cui 12,1 milioni a uso residenziale e 1,6 destinati ad altri impieghi. Il 70% delle abitazioni sono state costruite prima del 1976, data in cui sono entrate in vigore le prime norme sull’efficienza energetica.
Addirittura, il 25% degli edifici non è mai stato oggetto di interventi di manutenzione. Ciò significa costruzioni non efficienti dal punto di vista energetico.
Avere edifici con elevate dispersioni termiche significa avere un fabbisogno energetico di circa 300 KWh/m2/anno, con punte di 500 (che in Germania scende a 200, in Svezia a 60) e, quindi, far fuggire da porte e finestre la gran parte di quel 46% di gas naturale utilizzato per il riscaldamento domestico.
Tradotto: bollette più care e dipendenza energetica assicurata.
Secondo l’Energy efficiency report, le soluzioni per ridurre i consumi elettrici e termici vengono classificate in base alla convenienza economica che si ha, con o senza agevolazioni statali, in edifici di nuova costruzione o in immobili già esistenti.
Sono state individuate tre categorie di soluzioni. Le più convenienti in assoluto, anche in assenza di incentivi statali, sono le tecnologie per l’illuminazione, i sistemi di isolamento delle coperture e del suolo, le caldaie a condensazione e le pompe di calore.
Solamente in caso di nuove costruzioni, invece, sono convenienti soluzioni di building automation e chiusure vetrate. Entro il 2016, combinando le diverse tecnologie si possono presumibilmente prevedere risparmi per 148 Twh elettrici e 654 Twh termici, pari a circa 44 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti (TEP), ben oltre l’obiettivo del nostro attuale piano nazionale.
Senza contare che l’Unione Europea stima in circa 250 mila i posti di lavoro che si creerebbero grazie alla manutenzione e trasformazione degli edifici in  costruzioni energeticamente efficienti. Ciò dimostra che un serio piano per lo sviluppo del Paese passa attraverso la riduzione dei consumi e politiche che abbiano al centro dell’attenzione l’ambiente.
L’unico modo che abbiamo per non arrivare alla canna del gas.

di Giuseppe Sperduto

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