YOO!!! OPPAN “GINZA” STYLE

A zonzo per la giungla di Tokyo inseguendo le fashion shopper. Òmotesàndoh. Per chi non ha mai sentito parlare un giapponese è impossibile cogliere il guizzo altalenante di questo nome. Eppure tu, turista della prima ora, te ne stai lì, ad un semaforo di un incrocio complessissimo, dove ci sono addirittura i sensi di marcia per attraversare la strada, e, smarrito, usi un unico termine per chiedere indicazioni, perché, con tuo totale sconcerto, hai capito che nell’acculturatissimo Giappone del 2013 non v’è interlocutore alcuno che capisca una sola banale domanda in inglese. E il giapponese, dapprima rattrappito nel suo silenzioso mondo, distende la fronte, alza il sopracciglio e dice: “Òmotesàndoh”. Tu esulti: questa è la chiave! Sintetismo. Ormai sicuro che con un semplice gesto del braccio ti sarà indicata la via, ti ritrovi a scoprire che il giapponese con quella sola, singola parola, “Òmotesàndoh”, ti sta aprendo la porta sulla bussola per orientarti nella mentalità orientale. Un excursus non solo nella visione che l’Oriente ha dell’Occidente, ma anche, e soprattutto, un excursus nell’etica edile di un popolo.
La maledizione di Mao. In Oriente vige una regola: il vecchio si abbatte per far spazio al nuovo. Non è una regola scritta, ma conservare non è d’uso. Te ne accorgi in Cina. Te ne accorgi in Birmania. Te ne accorgi in Laos, in Cambogia, in Vietnam e in Thailandia. Ma te ne accorgi anche in Giappone, là dove la tecnologia e il benessere economico non dovrebbero costringere un popolo a piegarsi alle regole della deriva culturale. Questa smania di modernizzare caratterizza trasversalmente non solo l’Indocina, ma l’intero Oriente e perpetra i suoi brutali effetti dalla foresta alle città.
Dunque il Giappone parrebbe succube di questa malattia, ma l’urbanizzazione nipponica non ha poi molto in comune con le altre in oggetto.
Il governo, consapevole della necessità di mantenere le strutture storiche come i templi o i giardini zen, ha da anni imposto una curiosa impronta ai piani urbanistici dei centri cittadini. Perché in Giappone il fenomeno dello spopolamento delle periferie (nella fattispecie le isolette degli arcipelagi più lontani dall’isola di Honshu) ha assunto dimensioni impressionanti e le città, pur aumentando per superficie, hanno richiesto uno sviluppo verticistico degli edifici, ma convivere con questa realtà non doveva comportare necessariamente un imbarbarimento urbano in stile sovietico.

Origama nipponico. C’è un detto che recita: “I Giapponesi nascono shintoisti, si sposano da Cristiani e muoiono come buddhisti”. Potrebbe sembrare un’affermazione paradossale, ma in essa è contenuta l’essenza stessa della mentalità giapponese, spirituale fino all’assurdo e pragmatica fino all’estremo.
L’edilizia cleptomane ruba metri alla realtà urbana con un vezzo tendente alla follia eccentrica: ne è un esempio eclatante il caso di un piano regolatore datato intorno agli anni 2000 che adibì un paio di quartieri allo shopping di lusso. Non potendo desistere dall’aspirazione internazionale, non solo dei grandi marchi, ma anche dei grandi geni dell’architettura, ci si affidò a personalità illustri che diedero libero sfogo alla fantasia.
E Ginza e Òmotesàndoh sono diventati in meno di un decennio la 5th avenue d’Oriente.
Le vetrine sfoggiano ogni genere di griffes, ma la vera affermazione di potenza si ha solo quando un marchio può essere identificato con un edificio.
A Tokyo lo shopping si trasforma in un giro culturale. Abiti e accessori vengono esibiti in spazi dalle forme concettualmente sempre più audaci in un dialogo di reciproca valorizzazione.

I quartieri boutique. Così, mentre Tod’s si affidava a Toyoo Ito e Dior lasciava spazio alla creatività di Kazuyo Sejima, Hermès sceglieva di stabilire la sua boutique nella zona di Ginza e assoldava Renzo Piano: le strade si popolavano di cantieri che hanno dato alla luce spazi completamente rivoluzionati.
Modus operandi.Le palazzine preesistenti vengono inscatolate in nuovi contenitori.Acciaio e cristallo, vetri che lasciano spazio all’invasione della luce. Potrebbe sembrare che 6000 metri quadri di spazio commerciale, tra bookshop, uffici, aree espositive e multimediali siano un’esaltazione del consumismo più bieco, ma quando la firma di un progetto è quella di Renzo Piano si scopre che un po’ di aria ligure si può respirare anche nel bel mezzo della capitale giapponese. Il gruppo francese Hermès si era affidato proprio al nostro architetto di punta per ottenere un edificio icona così come fece Coco Chanel per il suo atelier di Parigi solo ad inizio secolo.

Il progetto, una sfida sia estetica che tecnica, è stato realizzato con partnership italiana che ha visto la Seves, nella forma della sua divisione fiorentina Vetroarredo, impegnata nell’ideazione di un mattone in vetro. Dove risiedeva l’innovazione che ha fatto scuola (ad oggi questo tipo di mattone viene utilizzato per le gare internazionali in tema di edilizia ecologica, basata sul risparmio energetico)?
Anzitutto andavano soddisfatti due ordini di problemi: il mattone avrebbe dovuto avere delle caratteristiche estetiche riconoscibili, tali da conferire all’intera struttura un doppio aspetto che suggerisse l’alternanza tra giorno e notte, il concept base che Piano desiderava realizzare per rispettare l’ariosità e l’essenzialità degli spazi privati tradizionali nipponici. Inoltre il mattone avrebbe dovuto avere caratteristiche di resistenza e di sicurezza tali da inficiare o almeno limitare gli effetti delle proverbiali scosse telluriche che assediano l’arcipelago giapponese.
Ebbene, il tanto desiderato effetto luce è stato ottenuto grazie alle tipiche caratteristiche del vetro sviluppato in mattonelle di misura maggiore rispetto al modello classico che hanno uno spessore di 12 cm e un peso sei volte superiore ad un modulo standard. Poiché i mattoni hanno una facciata curva e una interna rettilinea, anche l’aspetto estetico fu soddisfatto con successo, ma permaneva la questione anti-sismica. Si è perciò fatto ricorso all’esperienza nazionale e ci si è ispirati al sistema dei templi tradizionali: con una struttura realizzata in metallo flessibile ed articolata in punti strutturali strategici fissati a speciali ammortizzatori l’edificio si può muovere durante i terremoti secondo linee predefinite distribuendo uniformemente gli spostamenti sulle zone strutturali dell’edificio. In pratica ogni mattone ed elemento della costruzione assorbe il movimento garantendo l’integrità della struttura e la sua impermeabilità ad altri agenti atmosferici come acqua o vento.
Piano ha così rivoluzionato il mondo dell’edilizia nel pieno rispetto della sua cifra stilistica tessendo questo “velo di vetro” su tutto il palazzo di 15 piani e creando un vero e proprio schermo luminoso, a separare la serenità luminosa degli spazi interni dal rumore metropolitano circostante. Il giardino pensile in stile francese è il tocco di classe a completare un’opera molto più green che grey, come vuole la tradizione newyorkese. Ma non è stato l’unico a dare spazio alla fantasia.

A casa di Prada. Così, girovagando tranquillamente, d’improvviso si perde il fiato. Un grande cubo di cristallo a moduli romboidali, nell’aspetto simile ad un alveare, fa in modo che il passante possa avere uno sguardo a tutto tondo sul mondo Prada. Non una semplice vetrina: il concetto sarebbe troppo riduttivo. Il passante, con un solo sguardo, può letteralmente entrare in negozio senza neppure avvicinarsi alla porta d’ingresso. L’istinto è sempre quello di entrare, anche perché il regalo è uno scorcio di Tokyo assolutamente inedito.
La struttura si compone in una sequenza inedita: un rombo ha il vetro concavo, un altro convesso, un altro ancora piatto, e il palazzo sembra quasi essere mosso da un sospiro sottile. Si gioca con la sfera delle emozioni e il sentimento è di meraviglia quasi infantile. Sei piani di trasparenze, dai pavimenti ai camerini.

Si passeggia soavemente occhieggiando la merce in esposizione come si farebbe con le opere esposte in un museo. Ed è un’esperienza indimenticabile.
Inaugurato nell’agosto 2003, a distanza di un decennio questo store ha mantenuto inalterato il suo fascino. Citato e proposto come esempio dalle principali riviste mondiali di architettura, è stato ideato dallo studio Herzog & de Meuron di Basilea che si è divertito a sfidare la concezione classica delle geometrie cittadine con un’architettura estrema che rasenta l’avanguardia.
Qualcuno ha detto che si avvertono sensazioni quasi cinematografiche, a tratti fumettistiche, a provare un abito in un camerino sospeso tra i piani del negozio, dove si è nascosti da un sottile vetro sfumato, quasi sabbiato: in ogni momento è possibile osservare il rituale del “tolgo e reindosso” di ogni avventore. Persino il silicone delle rastrelliere appendiabiti e le fibre ottiche che giocano sulla superficie dei tavoli divertono perché tutto ti rievoca un parco giochi di sensazioni. I sensi escono sazi da una visita così stravagante e rilassante.

Se lo spazio espositivo è come l’opera d’arte. L’architettura, con il nuovo millennio, ha quindi valicato le soglie della mera edilizia e si cimenta con un nuovo orizzonte: la posta in gioco è diventare la cornice di un rituale moderno, quello consumistico, che non basta più a se stesso.
Alla fine della fiera, il risultato di una giornata di acquisti sfrenati non sta tanto nel numero di pacchetti da esibire come un’odierna pretty woman, quanto più nel ricordo di un caleidoscopio di colori e nella consapevolezza di essere stati parte, per un’ora, un pomeriggio o un giorno, di una passerella eclettica, alle volte maniacale, spesso radical chic, ma sempre tipicamente asiatica.
Qui il substrato culturale nipponico, pur sempre impregnato del concetto di armonia cosmica tipico del confucianesimo, ha ceduto il passo al monolite consumista, ma soprattutto a quella politica dell’apparenza così conformista da obbligare il paese ad un’impronta echo. Un must have che fa glamour più di una confessione ascetica. Un must have che sconcerta per la sua tolleranza verso il retrò che non è vezzo d’altri tempi ma solida base culturale, fondamento di un’etica sociale che si reinventa nell’edilizia e si crogiola nel folkloristico.
Resistono i tempietti lignei e scricchiolanti che onorano gli antenati e resistono i campanelli che pendevano dai porticati ma ora, quegli stessi campanelli, tintinnano sotto i bocchettoni dell’aria condizionata, che sempre, oggi come ieri, stanno lì per scacciare i maligni.
Questa spiritualità generale e confusionaria che ci affascina e riscuote tanta simpatia rispecchia peraltro non solo la tradizione nipponica, ma anche l’approccio moderno dell’uomo alla religione, in cui può essere fatta rientrare anche la religione del Bello, edile compreso.
Questo è lo spazio espositivo che mira a diventare un’opera d’arte e che è già oggetto di un turismo di nicchia.

di Astrid Pannullo

Photo Credit: Patrizia Gravina

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