CONIUGARE CREATIVITA’ URBANA E COESIONE SOCIALE

“Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”, scrive Italo Calvino ne Le città invisibili”. E in questa società il deserto sta guadagnando terreno.
Quale strada intraprendere per arginare questa crisi? La natura stessa della città indica le scelte da perseguire. Essa è infatti, sempre e comunque, un incrocio di elementi diversi, spesso contrastanti fra loro. Fra queste, sta emergendo con forza un’allarmante dicotomia fra creatività e coesione sociale.
Da un lato coniugare creatività e città significa, quindi, immaginare e costruire una città che sia palcoscenico privilegiato per processi creativi che generino innovazioni in ogni campo.
Numerosi e autorevoli sono gli autori che si sono occupati delle Città Creative: Richard Florida sostiene che “lo sviluppo economico è guidato dalle scelte di localizzazione delle persone creative – detentrici cioè del capitale creativo – che preferiscono i posti diversi, tolleranti e aperti alle nuove idee”.
Tale concezione porta con sé, d’altra parte, molteplici aspetti negativi da non trascurare. Nell’impalcatura di Florida poca attenzione è riservata all’altra faccia della medaglia: la capacità di costruire strategie efficaci per non escludere dall’ethos e dai processi creativi le fasce sociali già residenti in città, in special modo quelle più deboli, non qualificate, “mediocri” perché sprovviste di competenze creative.
Il rischio da evitare, che Roberto Grandi indica con il  termine di Creative Divide, è la frattura tra la nuova classe creativa e le fasce deboli, mediocri ed escluse dai processi innovativi. Le strade da percorrere si pongono come obiettivo l’incremento del capitale sociale e la rinascita di spazi pubblici condivisi.
La sfida è ripensare gli spazi pubblici a partire dagli usi e dalle pratiche informali, non istituzionali, e in special modo creative e, su di esse, costruire le politiche. In questo modo si gettano le basi per un maggior coinvolgimento e una maggior responsabilizzazione di tutti i cittadini. La via maestra nel campo della rigenerazione degli spazi pubblici è pertanto quella della rigenerazione integrata.
“Con questo termine ci si riferisce a una varietà di approcci su base territoriale che si basano su insiemi coordinati di politiche che integrano diversi settori (casa, lavoro, servizi etc.) in interventi multidimensionali in cui viene promosso il coinvolgimento attivo dei destinatari delle politiche (…) per politiche locali di sviluppo che affrontino specificatamente i processi di esclusione e marginalizzazione sociale (Vicari Haddock, 2009, p. 35)”.
A livello comunitario, l’Europa ha sposato in vari piani e progetti questa dimensione. Basti pensare ai programmi URBAN I e II, inerenti alla riqualificazione urbana di aree marginali, disagiate e a basso sviluppo, e ai piani lanciati nel giugno 2011 dalla Commissione Europea sul tema “Smart Cities and Communities”.
A livello italiano la pratica più avanzata in Italia è sicuramente il Piano Strategico. In Italia, Torino è stata la prima città che, nel 2000, si è dotata di un piano strategico, sulla scia di quanto fatto in Europa da Barcellona, Lione e Stoccolma.
Anche Bologna sta intraprendendo la medesima direzione. Già da tempo appartenente alla rete Unesco delle Città Creative, negli ultimi mesi ha avviato l’elaborazione di un Piano Strategico  Metropolitano.
La città di Bologna, per tradizione e specificità, è d’altronde ricchissima di realtà, associazioni, movimenti, reti di cittadini che si interessano attivamente alla politica cittadina, alle politiche urbane, alla qualità democratica, sociale e ambientale.
In questo contesto Re:Habitat un’associazione con base a Bologna che opera negli ambiti della programmazione culturale e artistica, della progettazione, della formazione e dello sviluppo del territorio, ha deciso di intraprendere un’azione urbana che ha rigenerato il Mercato delle Erbe, tradizionale spazio adibito al commercio ortofrutticolo nel centro della città, con azioni, allestimenti, installazioni, eventi culturali e relazionali.
Tale sperimentazione ha dimostrato che il Mercato può tornare ad essere un luogo centrale dello spazio pubblico, una sorta di piazza, un luogo che riunisce funzioni e dimensioni differenti della vita della città. Ciò è possibile solo integrando la dimensione fisica (ristrutturazione architettonica), la dimensione relazione (progettazione culturale) per produrre un modello dinamico di valorizzazione territoriale e un rinnovamento dell’identità.
Il progetto 100 % Mercato delle Erbe rappresenta dunque un esempio di possibile reciprocità tra creatività e coesione in quanto, rigenerando un luogo, si contrasta efficacemente l’esclusione sociale di quella fascia di popolazione, spesso di origine straniera e dedita al commercio, che può così trovare spazi di cittadinanza, relazionalità ed espressione creativa delle proprie competenze e potenzialità.

di Daniele Fabbri

Tratto dalla tesi di Laurea: “Città creative e innovazione sociale” di Daniele Fabbri.

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